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44 visitatori online| Archetipo: per una biologia che riscopra la vita e l'uomo |
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| Scritto da Redazione AMeC |
| Mercoledì 28 Settembre 2011 09:11 |
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Prima alla metà del 900 con la scoperta della struttura del DNA e poi all'inizio del 2000 con la conclusione del progetto genoma sembrava che la biologia avesse raggiunto il suo scopo. Il mistero della vita era completamente svelato, si trattava unicamente di scoprire dettagli e tutte le possibili applicazioni pratiche nell'ambito della medicina. Il modello di riferimento era chiaro e soprattutto semplice: il dogma della genetica. I geni, il sancta sanctorum della vita, sono costituiti dal DNA. Il DNA viene trascritto in RNA e, dopo aver passato la membrana nucleare nel citoplasma, viene tradotto nelle proteine. Ad ogni gene corrisponde una proteina che sono i costituenti fondamentali della vita. Ogni funzione organica è strettamente legata alle proteine ed ogni malattia ha alla sua base una proteina alterata e quindi un gene alterato. Un gene è alterato quando il DNA di cui è costituito ha subito una mutazione. In una visione di questo genere, la mutazione da cui la perdita dell'integrità della proteina dipende può essere ricevuta in eredità o essere provocata dall'incontro casuale del DNA con un fattore mutageno ambientale. Questa è la visione classica che nel XXI secolo è stata messa fortemente in crisi. Le implicazioni ideali di questa visione che si fonda sul dogma della genetica inevitabilmente coinvolgono non solo tutti gli esseri viventi ma anche l'uomo nelle sue esplicazioni più nobili, negando in maniera decisa ogni possibilità di libertà. In questa visione estrema, nata con la fisica newtoniana, esistono solamente i rapporti esterni fra enti: inevitabilmente, partendo da una simile visione meccanicistica, la conoscenza sarà analitica e riduzionistica, l'attività nei confronti della natura e dei propri simili sarà manipolatoria. In un mondo così caratterizzato l'etica esiste soltanto in quanto frutto di una casuale combinazione genetica a livello encefalico che può subire qualche pallida e superficiale modificazione da parte dell'ambiente. Passiamo a considerare le più recenti scoperte scientifiche che hanno posto in profonda crisi questa visione: 1) una stessa proteina può derivare da geni differenti e un gene può produrre proteine differenti; 2) a livello genetico avviene una continua regolazione che permette l'attivazione o l'inattivazione di geni differenti. Questa regolazione è trasmissibile ereditariamente ed è un processo non casuale, si tratta di un’attiva regolazione della cellula che ha la finalità di rispondere agli stimoli che arrivano dall'ambiente ed adattarvisi nel miglior modo. I punti 1 e 2 fanno emergere una visione della vita che, usando le strutture a sua disposizione fra le quali ci sono le memorie genetiche, riesce non solo a sopravvivere e a riprodursi adattandosi all'ambiente in cui si trova, ma anche a manifestarsi con le sue peculiarità. La regolazione dell'espressione genetica in dipendenza della situazione ambientale e trasmissibile per via ereditaria è la grande novità della biologia del XXI secolo e prende il nome di epigenetica. Il pensiero meccanicistico non riesce a definire con chiarezza le modalità della regolazione epigenetica: non si tratta più di un gene che produce una proteina ma di una cellula che regola la sua espressione genica per esprimersi in un ambiente. Si è visto che le malattie correlabili a precise mutazioni genetiche sono molto rare (la fibrosi cistica e l'anemia mediterranea per citare le più note). Inoltre, studiando la correlazione fra le malattie più comuni (diabete, malattie cardiovascolari e tumori) e le mutazioni genetiche ereditate (si tratta del polimorfismo genetico, ovvero quelle mutazioni frequentemente presenti nella popolazione che da sole non causano una malattia ma ne aumentano il rischio), si è visto che solo una percentuale minima di queste patologie possono essere spiegate in questo modo. Questo significa che il progetto genoma (l'identificazione di tutti i geni presenti nel genoma umano) è stato, per certi versi deludente in quanto ha offerto molto poco per la comprensione delle patologie più comuni e quindi per la loro prevenzione e terapia. Sta emergendo il ruolo dell’epigenetica per spiegare l’etiopatogenesi delle malattie più comuni e frequenti. L'elemento predisponente più importante potrebbe essere una particolare regolazione epigenetica ereditata oppure avvenuta in epoca molto precoce (anche embrionale). Sostituire l'epigenetica con la genetica nel suo ruolo centrale ha implicazioni immense. Se il codice genetico può cambiare solo per mutazioni casuali o per manipolazioni genetiche, il codice epigenetico può cambiare con le modificazioni dell'ambiente (alimentazione, stile di vita, attività interiore). Grazie all'epigenetica l'uomo viene tolto da un destino cieco a cui non è possibile sottrarsi e viene riposizionato al centro della sua vita. Nel fare queste considerazioni dobbiamo anche tener conto de fatto che, quando parliamo di ambiente, intendiamo sia l'ambiente esteriore che quello interiore. Il neurone il neurone è la cellula che può essere vista come il mattone con cui è costruito il sistema nervoso. Molto sommariamente si può dire che il neurone è strutturato da una parte centrale: il corpo cellulare; da prolungamenti che raccolgono informazioni: i dendriti; da un prolungamento che invia informazioni: l'assone. Il neurone ha una morfologia che lo rende adatto a ricevere e trasmettere informazioni. La zona che mette in contatto i neuroni fra loro (in verità anche i neuroni con le cellule muscolari) prende il nome di sinapsi ed è una struttura particolare che, per la sua funzione, si avvale di sostanze chimiche particolari: i neuromediatori. La funzione che è alla base della capacità degli organismi viventi di integrarsi in un ambiente, riuscire a sopravvivere, a riprodursi ed ad esprimere se stessi è la memoria. Tutti gli organismi viventi sono dotati di memoria: in questo modo riescono a mettere in atto in maniera rapida strategie vincenti per gestire un ambiente già conosciuto (allontanarsi da un predatore, avvicinarsi al cibo...). Sia le memorie genetiche che quelle epigenetiche svolgono appunto questa funzione. Ma mentre le memorie genetiche non possono essere cambiate durante la vita del singolo individuo (escludendo le mutazioni che però sono sempre casuali e mai orientate a gestire un problema specifico), le memorie epigenetiche rispondono ad uno specifico adattamento all'ambiente. I neuroni, le cellule della comunicazione, hanno sviluppato in maniera particolare questa capacità di conservare le memorie. Si possono dapprima considerare le memorie a breve termine e quindi le memorie a lungo termine. Quando una situazione, ovvero uno stimolo, si ripete più volte nel tempo, abbiamo dapprima un depotenziamento delle sinapsi, per cui allo stesso stimolo la risposta della sinapsi sarà molto più debole. Dopo aver sentito un rumore per un certo tempo non ci accorgiamo più della sua esistenza. Questo fenomeno prende il nome di “abituazione”. Simile a questo è il potenziamento: se diamo uno stimolo debole seguito da uno forte, dopo un certo tempo anche allo stimolo debole seguirà una risposta forte. Questo è il motivo per cui, se abbiamo già preso qualche schiaffone nella nostra vita, quando uno alza la mano con aria minacciosa, subito ci attiviamo per proteggerci dallo schiaffone che pensiamo in arrivo. Il semplice potenziamento delle sinapsi appartiene alla memoria a breve termine quindi, se gli stimoli non si ripetono più, nulla rimane di quanto è successo o meglio, dal punto di vista del neurone è come se non fosse successo mai nulla. Si parla di memoria a breve termine quando i fenomeni biochimici rimangono a livello del citoplasma del neurone e non arrivano a livello del nucleo: sono quindi destinati ad esaurirsi a breve termine appunto. La musica cambia completamente quando una serie di stimoli è ripetuta più volte. Accade a questo punto qualcosa di veramente straordinario: a livello del citoplasma si forma una proteina (per i più curiosi si chiama CREB) che entra nel nucleo e va a regolare l'espressione genetica al livello del DNA. Si tratta proprio di un'azione epigenetica che porterà alla formazione di proteine nuove che andranno a formare nuove sinapsi. Voglio sottolineare che questa memoria a lungo termine conduce alla formazione di nuova materia e di nuove strutture encefaliche. Stiamo parlando quindi di plasticità dell'encefalo: se cambia l'ambiente, cambiano le esperienze e cambia anche l'encefalo, adeguandosi alle nuove situazioni. Questi processi avvengono continuamente anche se in certe fasi della vita avvengono in maniera più intensa: nella fase embrionale, nei primi anni di vita, nell'adolescenza. Anche quando studiamo il nostro encefalo si ristruttura. Quello che favorisce la plasticità dell'encefalo sono quindi delle fasi particolari dello sviluppo, la ripetizione e anche le implicazioni emotive dell'esperienza. Da questo si capisce che eventi con forti implicazioni emotive che si ripetono nelle prime fasi della vita (le violenze ma anche gli atti d'amore) struttureranno l'encefalo per il resto della vita. Gli eventi possono strutturare l'encefalo. Bisogna imparare ad osservare la natura nella sua realtà e complessità. Quanto sopra esposto è scientificamente completamente accreditato e deriva da studi portati avanti su organismi molto primitivi o su neuroni isolati da parte del neurologo, psichiatra e neuroscienziato austriaco Eric Richard Kandel. Portando l'attenzione su animali superiori o sull'uomo stesso non si può prescindere dalla coscienza o dall'autocoscienza: il riconoscimento, la consapevolezza dell'esistenza di una coscienza. Quando si ricorda o si vive un'emozione, si attivano aree cerebrali che corrispondono al cervello limbico. Usando tecniche di imaging quali la PET (per evidenziare un’attivazione metabolica) o la fRM (per evidenziare un aumento della circolazione del sangue) quando ricordiamo si attiva l’area limbica. I ricordi di cui siamo coscienti rientrano nell’ambito della memoria esplicita. Questi studi hanno quindi portato a correlare il cervello limbico con la memoria esplicita. La memoria implicita è completamente incosciente e in questo modo passa nelle nostre azioni quando scriviamo, guidiamo l'automobile o eseguiamo le mille attività della nostra quotidianità senza ricordarci quando e come sono state apprese (il poetico rimembrare). La memoria esplicita invece sorge nella nostra coscienza attraverso un preciso atto interiore oppure evocata da una situazione, un'immagine, una parola. Quel profumo evoca un'emozione, un ricordo, ed ecco che si attiva il cervello limbico. Questa situazione ci fa paura in quanto, evocando un ricordo e un'emozione, ecco che si attiva il sistema limbico: l'amigdala in particolare, in questo caso. Possediamo il cervello limbico in comune con gli animali superiori, i mammiferi in particolare. Correlata al cervello limbico esiste una vita interiore ricca di emozioni che si attivano in relazione alle situazioni che viviamo. Il cervello limbico potrà essere caratterizzato in maniera differente in dipendenza dall'ereditarietà genetica ed epigenetica e dalle memorie a lungo termine che sono rimaste impresse. Naturalmente, oltre agli eventi positivi e negativi, anche un condizionamento esterno potrà immettere delle nuove memorie a lungo termine che potranno, entro certi limiti, far funzionare il cervello limbico in altro modo. Questo riguarda certamente l'addestramento degli animali, ma anche tutte le situazioni che, a nostra insaputa, condizionano la nostra vita interiore, e che possono anche essere consapevolmente o inconsapevolmente provocate da altri. Anche il pensare voluto può strutturare l'encefalo. Una particolare situazione evoca un ricordo, un'emozione e quindi un comportamento. Una parola, un atteggiamento, uno sguardo possono attivare in noi paura o rabbia. Fino a qui abbiamo parlato di cervello limbico, ma noi esseri umani possiamo anche osservare l'emozione invece di esplodere in un'azione come per esempio gridare, scappare o aggredire. Possiamo accettare l'emozione, osservarla ed in quel momento preciso cominciamo ad elaborarla. Quando l'emozione è semplicemente vista per quello che è senza giudizi, non muove più in maniera automatica e inconsapevole i nostri arti o, peggio, i nostri pensieri, ma vengono immesse nell'astralità le forze dell'Io. Dal punto di vista fisico si formano delle nuove connessioni sinaptiche che mettono in contatto il lobo prefrontale con il sistema limbico che comincia a cambiare. Il pensiero passivo, quello che caratterizza i nostri giudizi immediati e inconsapevoli, ha alla sua radice le emozioni non viste che possono essere osservate attraverso un preciso atto interiore. Questo atto interiore che porta alla presenza e consapevolezza della nostra vita interiore mira ad arrivare alla contemplazione dei nostri pensieri e porta di conseguenza ad un cambiamento del nostro encefalo verso la costruzione di un Uomo Nuovo che potrà penetrare nella sua parte animale trasformandola. Ma stiamo già parlando di meditazione.
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| Ultimo aggiornamento Martedì 18 Ottobre 2011 07:50 |

Archetipo: per una biologia che riscopra la vita e l'uomo








