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Tumori, perché sono reversibili PDF Stampa E-mail
Scritto da Vivereinarmonia.it   
Martedì 08 Febbraio 2011 23:09

Molti studi dimostrano l’efficacia della riprogrammazione cellulare

Si sente spesso parlare di cellule staminali: immaginiamole come le “particelle” primitive del nostro organismo, quelle ancora prive di una funzione specifica. In una situazione normale, queste cellule si “differenziano” dalle altre e danno origine ai vari tessuti. Ma può verificarsi qualcosa che blocca questo processo e fa sì che le cellule staminali, anziché differenziarsi, continuino a moltiplicarsi in modo incontrollato. Da cellule “buone” si trasformano in tumorali e sono responsabili della malignità della malattia, delle metastasi e dell’eventuale recidività nel corso del tempo. Vent’anni di studi hanno condotto Pier Mario Biava, medico ricercatore, a sostenere che queste cellule possono essere rieducate, anziché distrutte, in modo da rinormalizzarle oppure spingerle a morire spontaneamente.

Al tema della riprogrammazione delle cellule staminali normali e tumorali è dedicato il numero di febbraio di Current Pharmaceutical Biotechnology, una delle più autorevoli riviste scientifiche internazionali.

Riprogrammare una cellula. La malignità di un tumore è legata alla presenza di cellule staminali alterate, che rispondono poco a chemioterapia e radioterapia. «Il tumore – spiega Biava – è composto da vari cloni cellulari. Le cellule più mature rispondono bene alle terapie tradizionali e permettono alla malattia di regredire, ma rimane un piccolo nucleo di cellule staminali alterate che gradualmente riprendono la loro attività e riformano la massa tumorale». Nel corso degli anni, scienziati e ricercatori di prestigiosi centri statunitensi, indiani, indonesiani e italiani hanno diffuso una buona notizia: queste cellule possono essere riprogrammate.

«Intorno alle cellule staminali normali e tumorali esiste un microambiente che segna il loro destino», semplifica Biava. «In questa nicchia staminale esistono degli elementi di differenziazione che, se somministrati dalle cellule normali a quelle tumorali, bloccano il ciclo delle seconde: se le mutazioni non sono eccessivamente gravi, le cellule vengono riparate e riprendono a differenziarsi; in caso contrario, vengono spinte a una morte programmata». In entrambi i casi, escono dal circolo della moltiplicazione, rientrano nella normale fisiologia e rendono il tumore una malattia reversibile.

Nella pratica, questi elementi di differenziazione non sono altro che proteine in grado di agire come un direttore d’orchestra,accendendo o spegnendo i vari geni. «Noi usiamo questo direttore d’orchestra – riferisce Biava – per regolare le cellule tumorali impazzite spegnendo i geni che sono fondamentali nella genesi del cancro». Le proteine vengono “estratte” dall’embrione di un pescetropicale (lo zebrafish) in specifici momenti del suo sviluppo e vengono somministrate ai pazienti per via sublinguale, sotto la lingua, dove vengono immediatamente assorbite.

L’efficacia di questa terapia è stata verificata in laboratorio per diverse tipologie di tumore, mentre sui pazienti è stata dimostrata esclusivamente nel carcinoma primitivo del fegato in fase avanzata, ovvero quando le altre terapie non funzionano più. «Al momento manteniamo un approccio prudente – conclude Biava – ma l’aspettativa è che gli studi possano dimostrare in futuro la validità di questa tecnica anche in altre forme di tumore, offrendo a chi soffre nuove possibilità di cura e accrescendo le percentuali di sopravvivenza».

Ultimo aggiornamento Martedì 08 Febbraio 2011 23:18
 
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